RICHARD GINORI

1735

Il Marchese Carlo Ginori

La presenza a Firenze della nobile famiglia Ginori è documentata fin dal 1304; essi appartennero all'Arte della Seta e della Lana, alcuni furono Priori della città e fecero parte del suo Governo, inoltre sostennero sempre i Medici ai quali erano legati da vincoli di amicizia e di stima. Essi annoverano, nel loro longevo e rigoglioso albero genealogico, un grandissimo personaggio, vissuto durante il secolo XVIII, che è universalmente conosciuto come il fondatore della Manifattura di porcellane più importante d'Italia ed ancora oggi una delle più famose nel mondo. Il Marchese Carlo Andrea Ginori nasce il 7 gennaio 1702 e ben presto dimostra una spiccata attitudine allo studio ed alla ricerca che perseguirà per tutta la vita, seppur breve: morirà infatti nel 1757. Il Marchese Carlo dimostra il suo ingegno in molteplici attività che non riguardano soltanto la conduzione delle sue campagne e l'intensa vita politica. Grande mente imprenditoriale quella di Carlo, ma non solo, egli è anche un arcanista: ama svelare i misteri della chimica e delle trasformazioni scatenate dalla potenza del fuoco.

Nel Granducato di Firenze il Marchese Carlo Ginori, che nel 1735 avvia gli studi per fabbricare tale materiale, aprirà una fabbrica: dapprima nel laboratorio del suo palazzo di Firenze, alle spalle dell'imponente mole del Medici Riccardi, poi, dal 1737, nella Villa della sua tenuta di Doccia Acquista anche la villa delle Corti, già dell'estinta famiglia dei Buondelmonti, sottostante la sua Villa di Doccia, dove impianta il primo nucleo della Manifattura. 

1758

Il Marchese Lorenzo

Alla morte del fondatore, la gestione dell'impresa è assunta da Lorenzo che, dotato di scarse competenze scientifiche, le compensa con un grande intuito economico, pubblicitario e commerciale. In breve la Manifattura viene riportata, dallo stato deficitario della gestione del padre, in attivo. Nel 1760, Lorenzo commissiona uno studio sullo stato della manifattura ad un lorenese, Johannon de St. Laurent, per avere un preciso quadro economico dell'impresa in vista di un generale riassetto finanziario. A studio concluso, tirate le somme, Lorenzo prende una serie d'iniziative atte a migliorare la produzione ed il rendimento e compie diversi viaggi allo scopo di aumentare il suo bagaglio tecnico ed organizzativo. Invia anche diversi collaboratori in viaggi di studio e di ricerca di nuove materie prime, decori e forme. Vengono costruiti tre nuovi forni ed ampliate le strutture degli edifici della manifattura

1792

Il Marchese Carlo Leopoldo

Essendo minorenne, la gestione della manifattura viene assunta dalla madre, Francesca Lisci, fino al 1813, che mantiene invariata la gestione della fabbrica. Viene costruito un nuovo forno ovale "alla francese" che garantisce una miglior cottura del prodotto; inoltre dalla Francia arrivano battelli carichi di caolino puro che consentono di produrre una ottima porcellana. Essendo utilizzato anche materiale italiano di qualità inferiore, i dirigenti della manifattura decidono di marchiare gli oggetti secondo la qualità delle materie prime: ai pezzi di prima scelta viene punzonata in crudo la sigla P.S., sotto quelli più raffinati la sigla F (fine) oppure P.F. (porcellana fine). Dati i tempi, non esistendo una forma assicurativa statale, Carlo Leopoldo istituisce una Società di mutuo soccorso attraverso raccolta di fondi presso i dipendenti, con la funzione, in caso di malattia o di inabilità, di sostenere economicamente il dipendente privo di attività lavorativa e quindi di guadagno.

La Società di mutuo soccorso è tutt'oggi operante, dedita però ad altre forme di aiuto per i dipendenti iscritti. Fra le varie migliorie tecniche che nascono anche dai viaggi di Carlo Leopoldo presso altre realtà ceramiche di Europa, non va dimenticata la costruzione di un nuovo tipo di forno. La morte prematura di Carlo Leopoldo, avvenuta nel 1837, conclude questo intenso periodo, ricco di grandi novità e di continuo miglioramento della qualità della porcellana a cui corrisponde un alto livello di fama della manifattura di Doccia.

1838

Il Marchese Lorenzo II

Anche alla morte prematura di Carlo Leopoldo, Lorenzo II Ginori Lisci non è ancora maggiorenne ed è quindi necessario un periodo di gestione affidato alla madre Marianna Garzoni Venturi. In questi anni si ha l'affermazione sempre più prepotente della famiglia Fanciullacci, i cui componenti, dalla fondazione, avevano operato in manifattura in posizioni di altissimo livello di collaborazione. Compiuta la maggiore età, Lorenzo provvede ad esautorarli totalmente ed induce i Fanciullacci ad abbandonare la fabbrica. Fra le novità di questo periodo vi è la comparsa delle litofanie che sono delle sottili lastre di porcellana bisquit su cui è stata incisa, a leggero bassorilievo, la riproduzione di un quadro a soggetto sacro oppure profano. Una delle caratteristiche della porcellana è, infatti, di essere quasi trasparente se colata molto sottile, caratteristica che perde a mano a mano che se ne aumenta lo spessore. Nella maggior sottigliezza la luce che la attraversa è di colore bianco e diventa sempre più grigia aumentandone lo spessore. La litofania, su cui gioca lo spessore del bassorilievo, messa contro una sorgente di luce (sole, candela, lampada elettrica) si anima facendoci vedere la riproduzione, nitida ed esatta dell'immagine, non policroma ma in bianco e nero. Le litofanie sono ancora oggi impiegate come preziose abat-jour per lampade o per appliques da muro. Esse, insieme alle vieilleuses (che consentono un liquido caldo a portata di mano sul comodino dell'infermo o dell'insonne), sono fra le novità produttive di questi anni. E' ripresa, in questo periodo, anche la tecnica del bassorilievo istoriato che si arricchisce maggiormente, rispetto ai pezzi del primo periodo, per il bianco candore della porcellana su cui viene diffuso il delicato colore pastello della decorazione. Sotto questi oggetti viene apposto il marchio N con corona che è il marchio della borbonica Real Fabbrica Ferdinandea (e non Capodimonte), chiusa con la comparsa sul suolo italiano di Napoleone e da cui i Ginori avevano acquistato modelli, forme e decorazioni. Questo marchio, su cui aleggia l'improprio, suggestivo e romantico nome di Capodimonte serve alla manifattura per arricchire le cose preziose in essa prodotte. Il bassorilievo è nato a Doccia, questo è fuori di dubbio: ancora oggi su alcuni articoli, bassorilievo in testa, viene apposta la N coronata di Napoli ma, per autenticarne la produzione docciana, sotto viene apposto anche il marchio di fabbrica, ovvero il nome Ginori che li differenzia, inesorabilmente, da tutte le produzioni che utilizzano il vecchio marchio borbonico (non protetto da copyright).

Lorenzo II, che ha studiato chimica applicata in Francia, è divenuto un esperto ceramista e cerca di migliorare i procedimenti produttivi della manifattura adottando le tecniche che si usano presso le manifatture francesi e acquistando caolini ed impasti, già pronti, da Limoges. Provvede a ristrutturare la fabbrica, fa edificare nuovi fabbricati, rinnova le attrezzature produttive per una tecnologia moderna ed affidabile. Un valente collaboratore chimico, Giusto Giusti, gli permette di passare dai costosi caolini francesi all'utilizzo di caolini inglesi della Cornovaglia più a buon mercato. Si è quindi in grado di abbassare il costo di produzione degli oggetti che determina un immediato incremento delle vendite. Lorenzo II partecipa a numerose esposizioni mondiali che danno il via all'apertura di nuove vie commerciali. Con la fine dello stile Impero e l'avvento del neoclassico, che vuole recuperare i modelli d'arte del passato, la manifattura entra in un periodo di sonnolenta stasi da cui esce per mostrare al mondo piccoli capolavori in bisquit che si rifanno alla statuaria del mondo ellenistico e romano. Vengono attuate diverse versioni dei vasi a cratere (copie fedeli miniaturizzate del vaso detto di "Villa Medici") che, da questo momento, decorate con bassorilievi istoriati in bisquit, o lisce con sovrapposta ricca decorazione di vedute o mazzi di fiori, saranno continuamente replicate in manifattura fino ai giorni nostri. Nascono anche le tazze "sbavate", dotate di corpo cilindrico con orlo svasato, di derivazione da tazze di epoca napoleonica, ed un grande manico che sbalza, ardito, qualche centimetro sopra la bocca. Con la proclamazione del Regno d'Italia, dal 1861, ha inizio una regolare committenza a Doccia da parte dei Savoia. Fra le prime forniture vi è un servizio da caffè in sottilissima porcellana detto "a guscio d'uovo". DI altissima difficoltà tecnica, lo spessore della porcellana è talmente sottile che si può vedere in trasparenza la quantità del liquido all'interno e la tazza è leggera come una piuma. Il guscio d'uovo poi è decorato con la tecnica di pâte sûr pâte che consiste in un notevole spessore di decorazione geometrica, impreziosito da sovrammissioni in oro zecchino. La manifattura produce in serie anche oggetti fino allora di produzione estera: le così dette "porcellane da camera" costituite da servizi per toeletta (porta pettine, porta sapone, porta spazzola, porta cipria e molti altri) o da calamai nelle forme più svariate. Sono riproduzioni che ripropongono seriosi oggetti in stile Impero ed anche in stile rococò riportando nelle case elaborati e vistosi oggetti del passato.

All'avvio della Manifattura il Marchese Carlo acquista, dagli eredi di Giovan Battista Foggini, bozzetti e cere di questo insigne artista che farà riprodurre in porcellana. Foggini Giovanni Battista nasce a Firenze il 25 aprile 1652. Scultore e architetto è allievo a Roma di Cosimo 3° Granduca di Toscana assieme ad altri giovani artisti fiorentini come Giuseppe Piamontini che collaborò poi, anche lui, con il Marchese Ginori. Riallacciandosi all'arte del Bernini e dell'Algardi il Foggini introduce in Toscana, dove ancora imperano forme di manierismo tardocinquecentesco, elementi di gusto più vivo e aggiornato. Tra le opere fiorentine ricordiamo la decorazione a rilievi della cappella di S. Andrea Corsini al Carmine (1697) con l'Urna dove riposa dentro il Santo, e i lavori per la Chiesa della SS.ma Annunziata. A Livorno esegue tra l'altro il monumento del marchese Alessandro del Borro e i Bottini dell'Olio. La sua attività di architetto comprende opere di diversa intonazione, che vanno dal palazzo Viviani della Robbia in via Tornabuoni a Firenze, ancora di gusto rinascimentale, alla chiesa di S. Francesco de' Macci e alla cappella Feroni all'Annunziata, in forme barocche. Copia per Luigi XIV re di Francia diverse statue della Real Galleria di Firenze (oggi Uffizi) quali la Venere dei Medici, il Fauno, la Lotta e l'Arrotino Fu dichiarato Architetto Granducale e si dedica anche al restauro di molte chiese e palazzi a Firenze, Pisa ed altre città toscane. Carico di gloria muore, mentre è intento a disegnare, il 12 aprile 1725 e con grande pompa funebre è sepolto nella Chiesa del Carmine nella tomba dei suoi antenati. Nella Manifattura sono conservate le forme originali in gesso dalle quali furono ricavate le riproduzioni in porcellana del Grande Cristo sulla Croce, i Quattro Mori, le quattro Virtù cardinali, le Caccine, (piccoli capolavori in miniatura sempre presenti nella produzione docciana) e diverse altre plastiche e lastre nel più puro e suggestivo stile barocco. Altro grande artista che presta la sua opera alla nascente Manifattura è Massimiliano Soldani Benzi. Nobile di nascita, anch'egli, poco più che ventenne, viene mandato da Cosimo 3° a studiare a Roma dove, fra l'altro, esegue diversi medaglioni per la nobiltà e la Curia romana, Pontefice in testa. Il successo del suo lavoro spinge il Granduca ad inviarlo a Parigi per raffinare lo studio delle Medaglie e lì esegue una grande, famosa medaglia con l'effigie di Luigi XIV. Tornato in Patria realizza moltissimi lavori per quasi tutte le corti europee e per la Corte Granducale in particolare. Muore a 84 anni nella sua villa di Montevarchi il 25 febbraio 1759. DI lui si conservano ancora le forme originali della famosissima Pietà, la Lotta, la Virtù che opprime il Vizio (ancora oggi riprodotta dalla sua forma originale) e molte lastre istoriate che, in riproduzione novecentesca decoravano il grande salone del più grande bastimento italiano del passato: il Rex. Non si possono dimenticare poi copie eseguiti da validissimi quanto sconosciuti artisti di Doccia ricavate dalle sculture del Giambologna: Ercole che spacca Anteo, il Bacco sulla botte, l'Atlante, il Mercurio, la serie dei Cavalli, e "gli intramontabili" : Nesso e Dejanira e il Ratto delle Sabine eseguito da Gaetano Lici. In Manifattura sono eseguite inoltre opere di Girolamo Ticciati, Orazio Mocchi, Balthasar Permoser, Gaspero Bini, Georg Petel, Giuseppe Piamontini, Girolamo Lombardi, Giovanni Casini (viene riprodotto ancora oggi il grande vaso mediceo con il Giorno, poi battezzato il Trionfo del Sole), Alessandro Algardi, Vincenzo Foggini, Antonio Gentili, Francesco Bertos, Giovacchino Bruschi. Ultimo leggendario personaggio del primo periodo è Gaspero Bruschi. Scultore fiorentino scolaro di Girolamo Ticciati, per diversi lavori importanti, giovanissimo, viene ascritto ne Numero degli Accademici Fiorentini nell'anno 1737 e nel 1739 esegue una delle statue di Macigno dell'Arco Trionfale fuori della Porta S. Gallo a Firenze eretto in occasione dell'arrivo del nuovo Granduca di Toscana Francesco 3° di Lorena. Collabora intensamente con la Manifattura e ci ha lasciato opere quali: un Cristo morto con Angeli, La Madonna con Bambino, le teste di Traiano, Adriano, Giulio Cesare e Tiberio, il Putto con capra, Il Putto con satiro, il Ganimede, il Fauno con cembali e kroupezion, S. Giacomo, S. Andrea, S. Paolo, San Bartolomeo e altri lavori ancora che videro la luce sotto lo sguardo attento ed appassionato del nostro fondatore.

1879

Il Marchese Carlo Benedetto

Sotto la direzione di Carlo Benedetto e con l'utilizzo dell'energia elettrica si hanno, in manifattura, continui miglioramenti tecnologici: i forni sono saliti a sedici con un conseguente, elevato, aumento della produzione; Vi è parallelamente una rapida crescita delle maestranze che passano da cinquecento unità a millecinquecento; il numero di pezzi, prodotti annualmente, ora tocca i cinque milioni. Anche per le decorazioni di questo periodo si presentano rilevanti novità: la stagione dell'eclettismo volge al termine per cedere il passo a nuove influenze determinate dalle decorazioni delle ceramiche asiatiche, ispirate al mondo vegetale con schemi compositivi molto liberi riportati su porcellana, attraverso un rapido segno calligrafico. Sono eseguiti in questo periodo diversi servizi su ordinazione, di non facile reperibilità oggi sul mercato antiquario, abbastanza simili a quello prodotto su richiesta del re Umberto I nel 1880. Si tratta di una realizzazione di grande raffinatezza, decorata pâte sûr pâte illustrante tralci di piante con fiori e frutta in oro, platino e colori. Questo servizio da dessert per il Re è oggi conservato a Roma nel Palazzo del Quirinale. I migliori decoratori di quel periodo sono Eugenio Riehl e Lorenzo Becheroni Il Giovane che realizzarono probabilmente il servizio menzionato. Il Becheroni stesso, sicuramente, è anche l'autore di due vasi del 1884, recanti uno il ritratto d'Umberto I e l'altro della Regina Margherita, che sono caratterizzati da un'ornamentazione floreale che ricorda tale servizio. Per quanto riguarda le opere in maiolica è da citare il faentino Angelo Marabini che determina un mutamento d'indirizzo stilistico: sono abbandonati i temi d'ispirazione naturalista introdotti dal Benassai, per adottare soggetti desunti dal mondo biblico o mitologico riprodotti in modo raffinato e minuzioso. Anche il settore relativo alla produzione d'oggetti per uso industriale ha in questo periodo un momento di grande sviluppo: ad esempio gli isolatori per elettricità. Alla fine del secolo questa produzione avrà una più ricca diversificazione per far fronte a richieste provenienti dalla telegrafia, della farmaceutica e della chimica. In fabbrica è ancora oggi conservato un filtro in maiolica che, pur dotato di un meccanismo derivato da ricerche scientifiche moderne, fu realizzato in una forma classicheggiante di palmette, perle e foglie d'acanto. Ministro, in altre parole direttore della Manifattura, è per un certo numero d'anni Paolo Lorenzini, fratello del ben più famoso Carlo che con lo pseudonimo di Collodi stava scrivendo l'immortale novella di "Pinocchio"; entrambi figli di una dipendente di casa Ginori. Paolo Lorenzini è dotato di grandi capacità organizzative che decretano dei momenti d'incredibile sviluppo della fabbrica; alla sua morte, prematura, nel 1891, Carlo Benedetto si trova in gravi difficoltà sul piano della gestione nulla potendo, al confronto, nonostante l'impegno, i due nuovi ministri di Doccia Luigi Guazzini ed Enea Giusti. Ad aggravare questa situazione all'interno della fabbrica si aggiunge la richiesta di divisione dell'impresa fatta dai fratelli di Carlo Benedetto. Per evitare questa situazione sempre più insostenibile la famiglia Ginori decide di cedere la fabbrica ad un industriale ceramista milanese, d'origine svizzera, che possiede già fabbriche di ceramica al nord: Augusto Richard. La cessione viene perfezionata nel 1896.

1896

La Società con Richard

La Società Ceramica Richard, costituita dal fondatore Giulio Richard il 23 febbraio 1873 ed avente sede in Milano con gli stabilimenti di S. Cristoforo, di Palosco, di Sovere, nel 1887 acquista lo stabilimento della famiglia Palme di Pisa e fonda il deposito di merci in S. Giovanni a Teduccio in servizio delle provincie meridionali. L'11 ottobre 1896 unisce alla sua attività lo stabilimento di Doccia ed i sei negozi di Firenze, Bologna, Torino, Roma e Napoli, fondati dai Ginori il cui nome viene inserito nella nuova ragione sociale. Nel 1897 acquista lo stabilimento ceramico per terraglia del Cav. Felice Musso di Mondovì e nel 1900 quello di Vado dove si produce grés. L'ingresso dei Richard a Doccia mantiene l'organico presente in stabilimento, benché siano in numero giudicato superiore al bisogno; viene, però, man mano ridotto il personale amministrativo, anch'esso troppo numeroso per un centro divenuto di semplice produzione. La Richard introduce moltissime innovazioni meccaniche nei laboratori sostenendo spese non indifferenti e potenzia la decalcomania litografica per ridurre le forti spese della decorazione a mano. Vengono eretti nuovi forni, nuovi fabbricati e viene ampliata la produzione degli isolatori elettrici per far fronte alla crescente forte richiesta del mercato italiano. Per molti fiorentini il passaggio di Doccia sotto la società milanese non è privo di amarezza: vivranno la fusione come un vero e proprio tradimento da parte della famiglia Ginori che ha alienato la più grande ed illustre fabbrica toscana. Galileo Chini, artista fiorentino, della cessione della manifattura ad Augusto Richard, così scrive nella propria biografia: "La tenera amicizia una sera fu scossa da una notizia sensazionale…..Doccia la fabbrica che onorava l'Italia…. era passata, venduta dal Ginori all'industriale Risciard (sic)….. Se Doccia non è più nostra, noi inizieremo un nuovo seme, sarà frutto delle nostre fatiche e delle nostre economie……….." In seguito a questo avvenimento il Chini, nel 1896, fonderà la manifattura "Arte della ceramica" per contrastare l'invasione industriale del nord. Oggi questi fatti ci fanno sorridere. Il binomio Richard e Ginori è indissolubile e la manifattura sta saldamente in piedi sfidando i tempi e le mode, sempre ambita, apprezzata, famosissima ed amata dall'italiano e dallo straniero più esigente. Nulla fino ad oggi è riuscito a scalfire le sue fondamenta…. anche esse sono permeate del pensiero del Fondatore: di durissima, nobile, indistruttibile porcellana.

1902

L'Art Nouveau

La Società Ceramica Richard-Ginori, da poco costituita, si presenta, all'inizio del nuovo secolo, con una produzione straordinaria dove sono riscontrabili radicali mutamenti nella scelta dell'indirizzo stilistico. Infatti, anche se da un lato si continuano a realizzare i modelli "classici" della riproduzione docciana, i nuovi esemplari risentono in maniera determinante delle tendenze del gusto legato ai moduli dell'Art Nouveau: già negli ultimi anni della gestione della famiglia Ginori era cominciato il processo di assimilazione dei nuovi stilemi fortemente caratterizzati dall'influenza dell'arte giapponese ed anche la manifattura Richard, in epoca anteriore alla fusione con la impresa toscana, si era presentata all'esposizione torinese del 1894 con alcuni esemplari di chiara ispirazione Art Nouveau. La manifattura di Doccia, presa coscienza del mutamento dei tempi, fornisce all'inizio del secolo, una eccezionale testimonianza di adesione al gusto dell'Art Nouveau con una produzione di elevata qualità artistica. Il merito di questo si deve attribuire al direttore della "pittoria", il lombardo Luigi Tazzini. Questi, con sensibile acume, dopo aver visitato l'Esposizione di Parigi del 1900, ne redige una relazione, arricchita da disegni a penna, dalla quale traspare quanto la sua attenzione sia stata attratta dall'Arte Nuova. Da un esame degli esemplari docciani di quel periodo, giunti a noi, risulta subito evidente come le intenzioni degli artefici della manifattura siano indirizzate verso una raffinata eleganza unita ad una notevole sobrietà. Compaiono anche a Doccia gli elementi dell'iconografia Art Nouveau come il pavone, i fiori portati da lunghi steli, gli elementi vegetali dal ritmo sinuoso e la figura femminile dalle lunghissime chiome, utilizzata spesso anche come decoro plastico di molti oggetti, di volta in volta adattata alla sagoma su cui è inserita. La troviamo, infatti, come elemento portante di lampade col corpo drappeggiato da lunghe vesti o imprigionata nell'abbraccio di un satiro. Anche il mondo animale, ma soprattutto vegetale, è per gli artisti di Doccia una fonte di inesauribile ispirazione. Al fascino delle corolle dei fiori non si sono sottratti grandi artisti come Tiffany, Gallè o i fratelli Daum, le cui composizioni servirono da modello per varie manifatture ceramiche. Un'attenzione particolare merita il grande vaso con pavoni, alto cm. 115, riprodotto in porcellana bianca nel 1902 del quale diversi esemplari sono sparsi per il mondo.

Come si è già detto il motivo del pavone si può dire che sia canonico nell'iconografia dell'Art Nouveau. Esso rientra infatti nella tipologia decorativa di numerosi artisti di quest'epoca sia italiani che stranieri, dal fiorentino Galileo Chini a Walter Crane e via dicendo. Del pavone, che ovviamente interessa per la sua eleganza, non si utilizza sempre l'intera sagoma, come in questo caso, ma spesso viene ripreso solo il motivo della penna della coda o addirittura solo l'occhio di questa. Soggetti questi ultimi, non certo nuovi nella decorazione ceramica nostra e di altre manifatture; infatti è plurisecolare la loro utilizzazione in tale settore delle arti applicate. Questo esemplare, che si impone per le sue grandi dimensioni, viene prodotto per essere presentato all'Esposizione torinese del 1902 dove la società Ceramica Richard-Ginori espone anche una sala da bagno ideata da Augusto Richard ed una sala da pranzo ideata da Giovanni Buffa. Il vaso con pavoni, nonostante la sua mole, è strutturato in maniera da apparire pervaso da un agile senso dinamico. Infatti le forme aerodinamiche delle teste dei due pavoni riescono a sminuire la solidità del robusto collo del vaso. Inoltre le ampie code dei due animali, avvolgendo quasi interamente la sagoma, determinano su questa un moto articolato che svincola così l'intera struttura dalla rigida imponenza delle grandi dimensioni. Nel 1995 se ne decise una riproduzione in scala ridotta: da 100 a 60. Il vaso attuale pesa Kg. 14 ed è alto 68 cm. La fine della sua modellazione è datata 20.05.'95. E' il pezzo più grande riprodotto ai nostri giorni insieme al grande vaso "all'uso di Villa Medici", copia di un cratere neo-attico greco del I secolo A.C. Il vaso con i pavoni attuale, mod. AO 1665 - 9736, è stato rimodellato, copiando in riduzione fedele il vaso del 1902, dall'odierno responsabile della Modellazione, Sig. Marcello Bongini; viene montato in crudo nel reparto Plastiche della fabbricazione, dopo colaggio in forme di gesso, facendo combaciare le dodici parti in cui è stato scomposto. Viene invetriato con l'ausilio di una armatura, costruita appositamente, che permette all'uomo di sollevare il suo notevole peso e di porlo in rotazione dentro la vasca contenente la vernice. Le due cotture di cui necessita (1000 e 1400°C) vengono effettuate dentro un forno a camera, speciale, alimentato a gas metano, da cui uscirà bianco e lucente in tutta la sua smagliante bellezza con il nostro marchio di fabbrica in blu cobalto. Prima mostra di sé la fa al momento della sua uscita dalla cottura 1400°C: quasi rovente viene circondato dal personale che ha contribuito a produrlo e che lo osserva per valutarne la perfezione; scomparirà per qualche tempo dentro una robusta confezione in cartone e, quando rivedrà la luce, sarà per la gioia, il piacere, l'amore di chi lo porrà nella propria casa e susciterà l'ammirazione incondizionata di tutti coloro che avranno la fortuna di poterlo ammirare.

1923

Giò Ponti

Ancora oggi riproduciamo diversi oggetti che sono stati ideati e progettati da quel poliedrico e vulcanico intelletto italiano che fu l'Architetto Giò Ponti. Le sue idee si sono tradotte in innumerevoli realizzazioni di porcellana, vitreous, maiolica e terracotta. La sua prima comparsa ufficiale come direttore artistico avviene alla Mostra delle Arti decorative di Monza del 1923. L'inizio della proficua collaborazione fra l'Architetto e la nostra Manifattura e con le altre del gruppo risale a qualche anno prima, non ancora laureato, nel 1918 e cesserà intorno al 1930. Per la storia dell'arte è un periodo di fermento in cui gli entusiasmi Decò segnano il passaggio dal Liberty al Moderno. La versatile personalità dell'Architetto Giò Ponti rappresenta l'ideale punto d'arrivo per la Richard-Ginori: sotto la sua Direzione Artistica inizia quel rapporto fra arte ed industria che ancora oggi caratterizza l'attività della Manifattura. Egli si cimenta costantemente con decorazioni d'ispirazione classica, il suo sguardo è volto all'antichità etrusca, greca, romana e perfino egizia, come fonte inesauribile di forme e stilemi ancora oggi ambitissimi e facenti parte del grande assortimento di riproduzioni storiche della manifattura. Citiamo i due grandi pezzi in maiolica che recano lo stesso nome, realizzati in maiolica, presso la Manifattura di Doccia, su suo disegno, intorno al 1925. Entrambi raffigurano Donatella, una delle sue "donne", e sono eseguiti con la tecnica della maiolica "all'uso di Doccia" con colori sui quali predomina la tonalità di un blu, leggermente verdastro e molto intenso, che da noi è conosciuto come "blu Ponti". Miniature simili a quelle su porcellana possono quindi essere realizzate anche in maiolica: è il caso di questi due pezzi dove, per esempio, gli edifici sottostanti Donatella sono molto curati e definiti da un tratto sottile, lento e sicuro. In questi due pezzi l'architetto ha sviluppato un decoro di memoria rinascimentale quando le raffigurazioni su coppe e brocche omaggiavano l'amata e raffiguravano le cosiddette "belle donne". Sulle sue maioliche i soggetti diventano donne nude che hanno nuvole per giacigli e sono immerse e contornate da uno sfondo di nitide architetture neoclassiche. Diversi oggetti sono impreziositi dalla difficile tecnica ottocentesca dell'oro graffito a cui egli vuole ridare un novello impulso con l'aiuto di una giovane artista, dalla mano perfetta che traduce in opera i suoi desideri. La graffitura dell'oro zecchino si ottiene con uno stilo su cui è montato un cono di agata appuntito con cui il pittore, controllando la pressione, graffia quindi lucida l'oro sottostante creando effetti di chiaroscuro e di rilievo di sicuro effetto. La difficoltà della tecnica, specialmente nelle riproduzioni su lastra di opere più complesse, sta nella facilità di graffiare l'oro, per errore, e nell'impossibilità di correggere il lavoro fatto. La giovane artista e collaboratrice, signorina Elena DIANA, la cui collaborazione con noi è durata fino agli anni '70, ha insegnato, prima di lasciarci, la graffitura a punta d'agata a giovani allievi dalla mano sicura trasferendo così questa tecnica che ancora oggi è patrimonio artistico di questa Manifattura.

1965

La Società con S.C.I. di Laveno

A Laveno, sulla riva orientale, lombarda, del Lago Maggiore, nel 1856 tre persone, provenienti dalla Ceramica Richard di S. Cristoforo a Milano, Carnelli, Caspani e Revelli fondano la società ceramica CCR nei capannoni della vetreria Franzosini prospicienti le rive del lago. Nel 1883 la ditta si trasforma in Società Ceramica Italiana (SCI) e diviene, con il tempo, proprietaria di diversi stabilimenti per la produzione di porcellana, terraglia, sanitari e materiale refrattario. Nel 1916 diviene Direttore Generale l'Ing. Luciano Scotti. Nel 1923 entra nella SCI l'architetto Andlovitz che sarà direttore artistico e importante designer per molti anni. Fra il 1925 e 26 viene realizzato un grande piano d'ampliamento consistente nella costruzione dei Magazzini Generali del Ponte, raccordati con le Ferrovie dello Stato, e dei mulini Boesio per la preparazione di pasta bianca e refrattaria. I nuovi reparti sono collegati con l'originario stabilimento Lago tramite un trenino elettrico; per fargli scavalcare le ferrovie Nord viene realizzato il cavalcavia, oggi adattato al traffico automobilistico comunale. Nello stesso periodo viene costruito lo stabilimento Verbano per la fabbricazione di isolatori in porcellana, sulla base di un'intesa con la Porzellanfabrik Rosenthal di Selb in Baviera, in concorrenza con gli isolatori Richard-Ginori prodotti a Doccia. Nel 1931 lo stabilimento Verbano inizia la produzione di porcellana da tavola. Nel 1953 arriva il metano della Val Padana che costituisce una nuova fonte di energia che si sostituisce ai combustibili di origine vegetale. Nel 1965, sotto la direzione del figlio dell'Ing. Scotti, Dott. Annibale Scotti, la SCI viene assorbita dal Gruppo Richard-Ginori e nasce pertanto la Società Ceramica Italiana Richard-Ginori; la famiglia Scotti sparisce dalla scena delle ceramiche lavenesi. Nel 1970 la maggioranza azionaria della Richard-Ginori è acquistata dalla finanziaria Sviluppo appartenente a Michele Sindona. Nel 1973 la Liquigas, il cui Amministratore delegato è Raffaele Ursini, acquista la Richard Ginori dalla "Sviluppo" e le Ceramiche Pozzi dalla "Generale Immobiliare" sempre di Sindona.

Nel 1977 Ursini trasferisce alla SAI la maggioranza azionaria di molte aziende Liquigas tra cui la Richard-Ginori. Nel 1983 La maggioranza azionaria della SAI passa al finanziere S. Ligresti che, nel 1997 cede la Manifattura di Doccia e la Manifattura di Laveno Boesio al finanziere Dott. Carlo Rinaldini, attuale proprietario.La Manifattura di Laveno Boesio, dal 1990 è operativa nella produzione di Bone-China bianca che viene poi completata della decorazione a Doccia. La bone-china è una splendida ceramica con doti di resistenza e trasparenza superiori alla porcellana; il suo colore giallognolo e caldo è più apprezzato del freddo e grigiastro biancore della porcellana. Su di essa, avendo una vernice più fusibile, i colori sono esaltati e rilucono molto di più che se apposti sopra un pezzo in porcellana. Sulla tavola, nei bagliori di acciaio, argenti e cristalli, anche la bone-china si anima di mille riflessi; ha una vernice talmente speculare e liscia che gli oggetti dintorno vi si specchiano dentro. La porcellana è meno appariscente ma non meno ricca, ha dalla sua parte una cottura molto più elevata di quella con cui si può produrre la bone-china. La sua vernice è la più resistente in senso assoluto. Se si permette la similitudine la porcellana sta alla bone-china come una jeep di lusso sta ad una berlina: entrambe costano la stessa cifra. La jeep ci permette tutti i generi di acrobazie e così pure la porcellana; si può maltrattare in tutti i modi e non tradisce, mai. Bella ed integra sempre sulla nostra tavola. La berlina filante ed aerodinamica non si può utilizzare per fare "fuoristrada"; va conservata con occhio attento, guai a prendere le buche visto che sfiora di pochi centimetri l'asfalto della strada, guai a battere contro i marciapiedi, guai a passare sotto rami che possono toccare la sua carrozzeria. Così è la bone-china: bella, elegantissima ma richiede un'attenzione particolare nel suo utilizzo. Questa ceramica di origine prettamente britannica regge splendidamente, in qualità e bellezza di decori, la concorrenza dei marchi più illustri delle Manifatture inglesi.

1997

Richard-Ginori e Pagnossin

Oggi la Richard-Ginori 1735 fa parte di un gruppo finanziario che detiene anche la proprietà di un'altra fabbrica, Pagnossin Spa. Dislocata in Treviso e fondata alla fine del 1800, Pagnossin produce, con tecniche modernissime, terrecotte per giardinaggio e terraglia dura per uso domestico. Filosofia operativa, design, forme, decori e strategia distributiva, concorrono in modo omogeneo alla crescita di un'immagine generale dell'azienda, basata sulla raffinatezza made in Italy, sulla qualità dei prodotti in grado, al livello più elevato, di soddisfare esigenze differenti per settori e livelli diversi di mercato. Richard-Ginori 1735 e Pagnossin sono una perfetta sintesi fra grande esperienza storica e know-how d'avanguardia che permette di spaziare nel campo della porcellana da tavola, non solo, per una gamma molto vasta di proposte. Dalla porcellana e bone-china finissima e sottile, per uso domestico di alta qualificazione, a quella particolarissima e di grande prestigio di fattura artigianale, alla porcellana a doppio spessore altamente funzionale per uso alberghiero, a stoviglierie rustiche fino alle figurine in porcellana ed agli oggetti ornamentali in terracotta per casa e per giardino. Nel 1998, sull'onda di questi grandi cambiamenti, Richard-Ginori viene quotata sulla borsa telematica ed ottiene la certificazione ISO 9001 dal Lloyd's Register Quality Assurance. Segni tangibili dell'elevato standard qualitativo che l'Azienda offre, non sono alla propria clientela, ma anche al vasto pubblico degli investitori. Dal 1998 Giovan Battista Vannozzi collabora con Richard-Ginori per impostare l'indirizzo artistico e stilistico della Manifattura: un felice e fruttuoso sodalizio che ha dato luogo a progetti innovativi e di sicuro interesse. Lavori ambiziosi che sfruttano l'esperienza del passato nella produzione presente affacciandosi al 2000 con raffinatezza ed eleganza. "Iubilaeum 2000 Collection" è la collezione di Giovan Battista Vannozzi, ideata in esclusiva per Richard-Ginori, per celebrare il nuovo millennio: un nuovo periodo storico permeato dallo stile inconfondibile ed intramontabile della Manifattura fiorentina.

Bibliografia: La Manifattura Richard-Ginori - 1988 - A.Mondadori Editore La Porcellana di Doccia - 1963 - Electa Editrice Milano

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